Il nome e l’Onore. Della fedeltà ad un’idea e della inutilità del personalismo

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Molti ci chiedono perché non mettiamo i nostri nomi sulle locandine. La risposta sta in un insegnamento che cerchiamo di tradurre in regola di condotta: quello dell’impersonalità attiva. Agire, assumersi responsabilità, esporsi quando necessario, ma senza fare dell’azione un’occasione di autoaffermazione; servire un’opera senza pretendere che essa diventi il palcoscenico del proprio io.
Non è prudenza, non è conservazione dello status quo, non è tutela borghese delle nostre misere vite ordinarie. È disciplina.
Per noi non esistono nomi da esibire, ma onori da custodire – e l’onore non appartiene al singolo, bensì alla comunità di cui si fa parte. Non usiamo la comunità, l’attività o l’organizzazione per metterci in mostra ma siamo noi che ci mettiamo a disposizione. Non esiste la mia comunità, esiste la comunità a cui appartengo.
Eppure il nostro ambiente politico pullula di nomi. Anzi, siamo ormai così assuefatti al nome, alla firma, al palcoscenico, che una comunità priva di qualche personaggio altisonante da spendere o nel quale essere identificata sembra quasi perdere credibilità. Come se il valore di un’esperienza politica dipendesse dalla notorietà di chi sale sul palco anziché dalla qualità degli uomini che la compongono.
Il personalismo, d’altra parte, non è che una variante da proscenio dell’individualismo e dell’autocelebrazione.
La domanda allora è molto semplice: quanto si è disposti a rinunciare al proprio nome pur di salvare il proprio onore?
La vita militante non ha mancato di porre davanti a questo dilemma personaggi, sedicenti esempi, nomi altisonanti e presunte bandiere: meglio cancellare il proprio nome da una locandina, rinunciare a una presenza, a un palco, a una kermesse, oppure sacrificare la propria parola e la propria fedeltà pur di non perdere qualche minuto di visibilità?
Troppo spesso la risposta è arrivata da sé.
Il nostro nome è l’onore. E il nostro onore si chiama Fedeltà.
E invece, quando la comunità di Vattelapesca chiama a parlare, improvvisamente l’onore, la lealtà e tutti quei valori di cui ci riempiamo la bocca diventano negoziabili. Così il palco viene prima della parola data. La firma prima della fedeltà. La visibilità prima dell’onore.
Ma se i princìpi valgono soltanto quando non costano nulla, non sono princìpi. Sono ornamenti. L’autoreferenzialità è uno dei mali del mondo dal quale proprio le comunità, di cui quei personaggi parlano nelle kermesse, affermano di voler guarire l’uomo. Per questo la prima battaglia dovrebbe essere combattuta dentro di sé, contro quella piccola e tenace brama di apparire, di essere riconosciuti, di vedere il proprio nome stampato un po’ più grande degli altri.
La comunità autentica insegna esattamente il contrario: saper scomparire perché qualcosa di più grande possa rimanere. Perché il Principio è tutto e noi non siamo niente, perché poi, alla fine, le locandine ingialliscono, i palchi vengono smontati e i nomi, prima o poi, dimenticati.
L’onore, invece, resta. Per sempre.
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