Quest’anno, oltre alla consueta recensione da “dentro le mura”, abbiamo ricevuto un contributo scritto da un ospite dopo l’esperienza al campo. Oltre a ringraziarlo per le parole dedicateci, siamo lieti di riportarlo nella sua seppur breve interezza, per dare a coloro che non hanno mai vissuto l’esperienza del campeggio – ormai giunto oltre la soglia della cinquantesima edizione – l’atmosfera che si vive in quei giorni sulle pendici dell’Etna e che l’autore ha saputo cogliere appieno.
Non è un problema la cenere che cade copiosa sbuffata dall’Etna in eruzione e men che meno il caldo dell’agosto siciliano. Erano anni che leggevo i resoconti di quest’evento solo a cose fatte, tramite i post condivisi on line, e ora che mi è data la possibilità di partecipare attivamente non sto più nella pelle. Da decenni alcune comunità militanti italiane si riuniscono alle pendici del vulcano unite nel segno della Tradizione: più di una settimana di comunità reale, dove i ragazzi scandiscono la propria giornata tra lavoro, studio e formazione ma anche tra sport e goliardia.
Al mio arrivo vengo subito accolto dai membri del Gruppo di Heliodromos, che ho imparato a conoscere nelle scorse settimane e che mi hanno invitato a partecipare a quest’esperienza. Vengo presentato agli altri militanti arrivati dalla Calabria, da Roma, dall’Abruzzo e dalla Lombardia, e mi incanto guardando le loro magliette “da battaglia”: scritte come “Lotta e vittoria” o “Niemals” capeggiano fiere sulle loro schiene.
Il pomeriggio è occupato da un momento di formazione, protagonista una relazione sul concetto di gerarchia seguita da un confronto e da uno scambio di opinioni che coinvolge tutti i militanti. Non appena finito, ci si siede tutti a tavola per la cena. Dopo i canti e il bicchiere della staffa mi attardo a parlare con i militanti appena conosciuti – vorrei potermi dividere per conversare con tutti loro – mentre un gruppo parte per la veglia notturna.
L’indomani la sveglia è alle 5.30: giusto il tempo di riordinarsi e ci si riunisce nel campo, nella fresca aria del mattino. Le prime luci colorano di rosa le nuvole e l’Etna maestosa si erge davanti a noi. Disposti in file ordinate, con le magliette di questa edizione del campo che recitano “SOLE FUOCO ROCCIA”, rinnoviamo la nostra promessa al Fronte della Tradizione. Un po’ di ginnastica per un corretto risveglio muscolare e possiamo dirigerci nella sala comune per la colazione.
Al campo non si sta mai troppo a lungo inoperosi e quindi, formate le squadre, ci dedichiamo tutti a qualche lavoro, che sia di manutenzione, di pulizia o di preparazione del pranzo. Tutto è fatto con spirito di servizio, uniti da un’Idea, da un sentimento che non scade mai nel sentimentalismo; ogni gesto, dal più banale al più “colto” è testimonianza attiva dell’adesione ad un universo di valori, un contributo alla battaglia del nostro tempo. E tagliare la legna non è meno nobile di leggere un passaggio di Evola o Guénon. Alle 12 i lavori del mattino terminano: è tempo di una doccia e poi del meritato pranzo.
La mia esperienza purtroppo termina qui, perché il mondo profano, fuori, chiama. Il campo continuerà ancora per diversi giorni e stavolta non guarderò il resoconto come se fossi un estraneo: sono stato anche io parte di questo microcosmo, non un ospite ma un fratello tra fratelli. E solo chi fa della propria vita un tributo al mondo della Tradizione può capire davvero cosa significa tutto questo: è nella militanza che prendono forma e sostanza quelle che altrimenti sarebbero sterili parole, con cui chiunque potrebbe riempirsi la bocca. È tracciare quella linea che segna il confine tra noi e loro. Gli altri, ingranaggi nel grande meccanismo del mondo moderno, continueranno invece a vivere le loro esistenze passive e remissive.
Gli altri appunto, noi no.





