La Trap-pola della musica moderna – Il Dispaccio

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«Noi c’eravamo messi in marcia senza rimuginare in precedenza problemi, senza scervellarci notti intere su punti programmatici, senza accese discussioni durate ore e ore, senza profonde riflessioni filosofiche, senza riunioni di gruppo, ecc… Proprio perché avevamo lasciato da parte tutto questo, l’unica possibilità di manifestare il nostro stato interiore era il canto, e cantavamo quei canti che esprimevano appieno i nostri sentimenti, quei canti che ci davano forze…” (Per i legionari, Corneliu Zelea Codreanu)
Il patetico protagonista del Festival di Sanremo 2020 è stato – ancora una volta – il “politicamente corretto”: abbiamo visto decantare gli appelli alla promiscuità da parte delle star (tra cui il «me ne frego» ridotto a puerile capriccio, anziché una virile affermazione di nostrana memoria); abbiamo assistito al ludibrio del Sacro e alla lettura parodistica del Cantico dei Cantici da parte del profumatamente prezzolato “giullare” d’Italia; infine, ci siamo sorbiti un ‘trapper’ che recitava versi sullo stupro a una donna, oltre che la retorica del “maschio cattivo stupratore” da parte di quello che è stato l’“ospite perfetto”: donna, non italiana e femminista. Tutto ciò, intervallato da una selezione musicale sempre più scadente nel più ampio e diffuso disinteresse.
Insomma, nulla di nuovo: ancora una volta la musica ha interpretato senza filtri lo “spirito del tempo”: il tempo buio della sovversione.
Anche nella musica, la democrazia genera mostri
D’altra parte, il movimento musicale dei nostri giorni segue le stesse regole ‘democratiche’ dei media, della politica, della cultura più in generale: puoi dire tutto e il contrario di tutto, senza filtri né remore, salvo un’unica eccezione. La visione sacra della vita: questa no, questa proprio non può passare.
Così, per citare uno dei vari (de)generi musicali che compongono il panorama ridicolo della musica commerciale, tra i pezzi sparati dalle radio commerciali, in pochi anni siamo passati dal rap alla trap. Qui, il passo è breve: soldi facili e violenza, donne plastificate ed esplosive, disagio e droga. Ma nel primo caso il disagio è vissuto realmente – almeno i rapper cantano quel che, più o meno, hanno vissuto – mentre nel secondo caso si tratta di “figli di papà”, adolescenti che si atteggiano a criminali, capaci di prendere non già una nota alta, bensì solo il primo schiaffo che vola.
Perché la Trap
Questa nuova musica non viene solo da intenti commerciali, per vendere più pezzi: queste note spezzate sono “ispirate” dal basso e verso il basso sprofondano. Cercano e trovano appeal muovendo gli istinti più bassi dell’uomo, manipolando l’immaginario delle coscienze più deboli con soldi facili, promiscuità e successo. Drogano e spacciano le dosi di una stupefacente e distorta visione della vita, che o ti prende e ti fomenta oppure ti deprime e ti incattivisce. Ma saranno contente le varie MurgiaLucarelliJebreal di turno: i “visionari” e “precorritori” artisti moderni hanno “finalmente” abbattuto l’offensivo retaggio, “fascio-oscurantista” che canta gli archetipi della donna quale Dama, come Penelope, Nausicaa o Beatrice, con le evolute figure, figlie del progresso, della «bitch», de «la mia troia», de «la tua troia».
Tuttavia, questa trap, fatta di parole ritmate ma senza rima, che spezzano qualsiasi armonia sonora, un merito ce l’ha: svela le contraddizioni della società contemporanea, quella delle sardine e del politicamente corretto, contraria alle discriminazioni di genere e di razza, in cui tutti hanno il diritto di dire la loro, tanto che parlare di droga, soldi facili e apostrofare una donna come oggetto sessuale appare molto più accettabile – e, soprattutto, remunerativo – che parlare della visione spirituale, oppure di “una vita luminosa e più fragrante”. Insomma, l’unico vantaggio che può dare la decadenza – anche nella musica – è quello di non lasciare dubbi sulla propria natura: la sovversione, anche nella musica, traccia una linea ben visibile e marcata, impone una scelta e ci permette di individuare i nemici.
La Musica. Quella vera. Quella che eleva
Ma dobbiamo accettare questa musica e queste note di assurdo? No, sarebbe un controsenso, perché la musica, per sua stessa natura, è intimamente legata al Sacro, rimanendo estranea a quel che ne profana l’armonia.
Etimologicamente, infatti, “musica” (dal greco: musikéμουσική) significa «arte delle Muse». Com’è noto, le Muse erano figlie di Zeus, il Principio, e di Mnemosine, la Dea della memoria. Essa rappresenta direttamente le Leggi cosmiche espresse da Dio, che ci invitano ad un costante Suo ricordo (ecco il significato dell’unione tra Zeus e Mnemosine). La musica, nel suo essere “a priori”, rappresenta la Bellezza in maniera oggettiva e immediata: è il frutto di proporzioni, grandezze, suoni e silenzi che, quanto più sono perfetti, tanto più trasmettono il Ricordo del Divino, fatto delle insindacabili misure che ne sono la natura propria. La successione delle sette note sul pentagramma rappresenta, infatti, frequenze ben precise, assimilabili sul piano, sia fisico sia simbolico, ai sette colori dell’arcobaleno. Per tale motivo, le leggi che regolano l’armonia e la formazione degli accordi sono quelle e non possono essere mutate: l’intervallo di quinta è quello, non è sostituibile a piacimento nell’ambito dell’accordo, e insieme ad un intervallo di terza maggiore dà un risultato, necessariamente Bello, non un altro. Così è, non può essere diversamente né altro può eguagliarlo: l’Ordine su cui si compone è l’unico reale. Al contrario, non parleremmo di musica, ma di un insieme di suoni intervallati tra di loro; allo stesso modo in cui la modernità, appiattendo l’armonia delle differenze, rende il tutto un ammasso di elementi senza particolari qualità.
In musica non “è bello ciò che piace”; in musica è Bello esclusivamente ciò che è Bello oggettivamente, ciò che riflette Princìpi spirituali che nella stessa musica si manifestano, parafrasando Platone, il quale, non a caso, ne La Repubblica, la pone alla base dell’educazione dei giovani.
Le note, scale e porte di accesso alla Conoscenza
Evidentemente per tale sua natura, la musica ha un’azione diretta sulla psiche, sull’anima: può conciliarla, esaltarla o buttarla giù, sulla base delle forze che evoca e risveglia in ognuno. Non a caso, nelle società tradizionali, la musica era essenzialmente legata alle funzioni delle prime due caste: sacerdotale e guerriera.
Basti pensare agli inni sacri delle civiltà antiche, ai canti liturgici bizantini e gregoriani, a quelli tardo antichi e medievali, i quali conferivano ordine e armonia all’anima, preparandola alla Conoscenza delle Verità spirituali.
Presso le medesime società troviamo i poemi epici, propri alle caste guerriere, trasmessi inizialmente per via orale e cantata: l’Iliade e l’Odissea, la Bhagavad-Gita, i poemi cavallereschi medievali. La loro funzione era quella di dare ordine e forma alle forze e all’impeto del guerriero, già risvegliati con i canti e le marce di guerra. Tamburi su cui battono martelli che fanno vibrare le pelli, così come corni di avorio che squillano assordanti.
Dal Sacro al classico, fino al chiasso dei nostri giorni
Successivamente, con lo spostamento dei valori sempre più al di fuori della sfera del Sacro, prende sempre più piede la musica quale mero intrattenimento, pur mantenendo l’armonia e la perfezione della propria struttura: è la musica c.d. “Classica”.
Poi, con la coatta immissione degli schiavi provenienti dall’Africa, in Occidente si diffondono sempre di più i ritmi tribali propri di quei luoghi: nascono il jazz, il blues, il rock e, infine, il rap. Tali ritmi sincopati, a causa dell’abuso, consapevole o inconsapevole, delle leggi dell’armonia anzidette, concorrono allo scatenamento degli aspetti più bassi dell’anima. Tali generi, nelle sonorità e nei contenuti, perdono totalmente ogni riferimento al Trascendente, gli argomenti sono sempre più “di strada” e, di conseguenza, da “basso fondo dell’anima“: cantano il disagio, i momenti blue (tristi), non più l’Ispirazione. Guido De Giorgio definisce il poeta (dal greco “colui che fa / che crea”) come un autore capace di plasmare su Ispirazione Divina. Un’ispirazione che viene dal basso non è dunque poetica, musicale in senso tradizionale.
Sprazzi di musica autentica nella radio che passa
Tuttavia, è doveroso riconoscere che alcuni artisti contemporanei hanno avuto il merito di riportare il Sacro, o comunque le tematiche inerenti all’interiorità, al centro della musica con diffusione commerciale.
Autori come Angelo Branduardi o Franco Battiato (per citare solamente i più famosi) hanno dedicato la loro produzione artistica ai risultati delle loro ricerche spirituali. Al di là dei loro singoli personali approdi, è tuttavia innegabile che molti di noi, negli anni, abbiano ricevuto moltissimi spunti dalla produzione artistica di questi autori, la quale presenta anche un livello tecnico molto elevato.
Costanti sono, nell’opera di Battiato, le critiche al mondo moderno e i riferimenti alla ricerca del Princìpio, pensiamo a capolavori come Lode all’Inviolato o alla mai del tutto compresa E ti vengo a cercare, che riprende i temi della poesia Sufi. Ancora, è ben noto il riferimento continuo di Angelo Branduardi alle tematiche della spiritualità medievale: si pensi agli album L’infinitamente piccolo o Il cammino dell’anima. Come non citare poi il duo Battisti-Mogol, capace di evocare le alte vette interiori, con le parole gentili e le note pure e sincere.
Inoltre, tali personalità non hanno mai fatto mistero di come, con la loro musica, consci di come questa agisca sull’anima, vogliano ispirare i loro ascoltatori.
La Musica Alternativa: la nostra musica, che parla dei nostri eroi
Allo stesso tempo, ma su un differente piano, una simile funzione viene svolta dalla musica più propriamente “nostra”: la musica alternativa. Così come negli antichi canti epici, anche questa trasmette ai giovani militanti una visione del mondo in maniera chiara, negli aspetti propri all’azione guerriera, ai suoi miti ed ai suoi simboli, ci spinge e ci sostiene nella lotta e alimenta il ricordo del filo invisibile che ci lega ai nostri caduti. Ben vengano e fioriscano progetti come quello de La Vecchia Sezione che, in puro animo militante, porta in giro per l’Italia tutto quel patrimonio generoso della nostra musica, che ancora ci parla di quel “Jean venuto dalla Francia” e della “guerra ai nemici della mia terra. E non dimentichiamoci che la musica alternativa mantiene, inoltre, una funzione comunitaria, stringendo i militanti intorno al fuoco di una comunità.
La musica che ascolti è la vita che vuoi vivere
La musica sulla base dell’intima aderenza che suscita in chi l’ascolta, ne testimonia, dunque, la visione del mondo. Non riteniamo possibile proclamare la propria appartenenza al Fronte della Tradizione, o coltivare una visione nobile e aristocratica della vita, ascoltando però, contemporaneamente, musica come quella trap, riempiendo la propria anima di contenuti vigliacchi e meschini.
Se a qualcuno fosse sfuggita la differenza, nemmeno troppo sottile, tra “gangster” (leggasi “sfigato bulletto di quartiere”) e camerata occorre, ancora, ribadirla: ogni respiro, ogni battito del cuore del militante è al servizio della Tradizione, della nobiltà della bellezza. L’infamia e la brama di guadagno nelle nostre vite non trovano posto. Giustizia, Verità, Bellezza: la musica nostra canta questo, proprio perché vogliamo che le nostre anime, le nostre vite, siano piene di questo. Una canzone vale più di mille volantini: oggi più che mai, la rivolta contro il mondo moderno è anche la rivolta contro la “musica” moderna.
«Per poter cantare occorre uno stato particolare dell’anima, un’armonia interiore. Chi va a rubare non può cantare; nemmeno chi s’accinge a commettere una ingiustizia e ha l’anima rosa da passioni e odio per il suo camerata oppure priva di fede […] se la vostra anima non vuole più cantare, allora siete persi per noi: allora traetevi in disparte lasciando il vostro posto a quelli che possono cantare» (Per i Legionari, Corneliu Zelea Codreanu)
Consigli di lettura
Da Wagner al Jazz. Scritti sulla musica 1936-1971, Julius Evola, Jouvence
Musica e sciamanesimo in Eurasia, Gregorio Bardini, SEB
Al passo con l’Arcangelo. Ritmi legionari, Guardia di Ferro, a cura di Claudio Mutti, Edizioni all’insegna del Veltro
Il Sessantotto. Magie, veleni e incantesimi S.p.A., Danilo Fabbroni, Solfanelli
Vita est militia, Imperium, RTP    
Il ritorno di Dioniso. Musica e rivoluzione culturale, Michael E. Jones, Effedieffe
Da Wagner al Jazz. Scritti sulla musica 1936-1971, Julius Evola, Jouvence
Il nostro canto libero. Il neofascismo e la musica alternativa: lotta politica e conflitto generazionale negli anni di piombo, Ippolito Edmondo Ferrario – Cristina Di Giorgi, Castelvecchi
La scomparsa della musica. Musicologia col martello, Antonello Cresti – Renzo Cresti, NovaEuropa
Ezra Pound e la musica. Da Omero a Beethoven, Mattia Rossi, Eclettica
La musica spiegata come scienza e come arte, Antoine Fabre d’Olivet, Arktos
La musica occidentale e la Tradizione. Metamorfosi dell’Armonia, Jaques Viret, Simmetria