Condannato ad essere pazzo

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(tratto da Ilborghese) – Condannato ad essere pazzo di Claudio Quarantotto


«Se un uomo non è disposto ad affrontare qualche rischio per le sue opinioni, o le sue opinioni non valgono niente, o non vale niente lui.»
Ezra Pound
 
La calle, stretta e breve, finiva in un giardino: grandi rami cadenti sopra un muretto basso. Alle finestre, lenzuola bianche, tovaglie, stese al sole; qualche vaso e un’esplosione di fiorellini rosa; un gatto con gli occhi chiusi, la coda attorcigliata; il silenzio di Venezia, acquatico, lagunare.
Al numero 253, una porticina bassa, la cornice di marmo e il gradino. Non avevo potuto avvisare nessuno. Non conoscevo il suo telefono, non sapevo neanche se lo aveva; e mi era mancato il tempo per spedire un telegramma. Del resto, un amico mi aveva detto: «Supera il ristorante, gira a sinistra, costeggia il rio, gira a destra e sei arrivato. Basta bussare». Non era stato necessario nemmeno bussare.
La porta era socchiusa sull’ingresso spoglio, raccolto, buio, Al mio «Permesso?», una donna si era affacciata sull’alto della scala di pietra ed ero stato invitato a salire. Sopra, il buio trapassava in penombra. Al di là delle imposte, semiaccostate, il riflesso del tramonto: rosso tenero, profondo. Al di qua, già l’anticamera della notte, e il silenzio.
Su una panchetta sedeva una donna che, poi scoprirò, era Olga Rudge. Appoggiato a una sedia, un giovane, con due macchine fotografiche al collo e una grande borsa tra le gambe. Nel lato più remoto della stanza, più lontano dalla finestra, Uncle Ez, zio Ez. In quel paesaggio con figure, immobili e silenziose, era la figura più immobile e silenziosa. E più bianca, candida.
Il vestito di lino, leggero, copriva appena il corpo snello, ossuto. Le mani lunghe, magre, abbandonate sulle ginocchia. Il volto; un ricamo di rughe, sottili, tenui, sovrastate dalla capigliatura fiammeggiante. E la barba a punta. Un concentrato di pallore, trafitto dalla luce azzurra degli occhi. Luce fredda, ghiaccio, acciaio,; intensa e pura, cristallo, brillante.
Non avevo mai visto un poeta somigliare più manifestamente, quasi impudicamente a un poeta; portare la sua vita e la sua poesia così segnate, incise sul volto, sul corpo: fragilità e energia, semplicità e profondità, serenità e dolore, genio e follia; o ricordo, memoria della follia, sfiorata, affrontata, combattuta e vinta, ieri, oggi e domani? E, soprattutto, una
bellezza pura, trasparente, indifesa. Era disteso, abbandonato, su una poltrona di vimini, dalla grande spalliera ovale, lavorata, a disegni geometrici, che avevo già vista sulla copertina del numero speciale de L’Herne. Un re su un trono di vimini: un re senza regno,
sorpreso a una stazione di posta, nella stanza di un albergo, in fuga verso il suo esilio.
Come bagaglio, soltanto il vestito che indossava; come corte un’amica, amante, infermiera, madre, a seconda delle circostanze. Un re che aveva rinunciato a regnare sugli altri per dominare soltanto se stesso. O un profeta muto.
* * *
Già nel 1913, Gaudier-Brzeska scolpisce il suo busto e lo intitola Hieratic Head (Testa ieratica). Evidentemente i segni del destino sono già visibili sui suoi tratti. E il destino
di Pound è di essere un simbolo, nel grande dramma culturale e politico del nostro tempo. Simbolo della nuova alleanza fra l’America e l’Europa, l’Occidente e l’Oriente, il Presente e il Passato, l’Azione e la Tradizione, e del conflitto fra ideologia e patria, democrazia e dittatura.
Se altri vi sono coinvolti, da James a Eliot, da Joyce a Kipling, soltanto Pound vive fino in fondo, fino al sacrificio, le contraddizioni del suo tempo, senza evitare i pericoli, rischiando tutto se stesso. Mecenate spiantato, editore senza casa editrice, protettore bisognoso di protezione, rabdomante in cerca di poesia, sbarca in Europa per abbeverarsi alle fonti della tradizione e suscita, incoraggia, favorisce la più grande rivoluzione letteraria moderna. Aiuta Yeats a rinnovarsi; taglia e corregge le bozze della Terra desolata di Eliot; fa pubblica-
re Joyce, conoscere Wyndham Lewis e Gaudier-Brzeska.
Lancia l’«imagismo» e il «vorticismo», legando il futuro con il passato, allacciando l’Ovest all’Est. La sua rivoluzione, infatti, restaura, in termini moderni, la tradizione; la sua poesia sposa Dante e l’ideogramma, lo spirito romanzo e la civiltà cinese.
Quindi, si volge alla politica e fra la democrazia calante e il comunismo nascente, sceglie la terza via: quella fascista. È lo sbocco naturale del suo volontarismo aristocratico, fondato sui concetti di ordine, gerarchia e autorità, che saranno portati a suo carico, dopo la guerra, per provare la sua follia. Ma è una follia, questa, condivisa da quasi tutta la cultura
angloamericana del tempo.
Pound è il primo e il più esposto, ma con lui sono, in seconda o terza fila, pronti magari a ritirarsi al primo cenno di bufera, tutti i grandi e i meno grandi. Eliot, maurassiano, non nasconde le sue simpatie per il fascismo, come del testo Yeats, Wyndham Lewis, Chesterton, Campobello, Kipling. Belloc, dopo aver incontrato Mussolini, scrive che il duce «ha capito perfettamente che il Parlamento da noi non è più una cosa seria».
Shaw loda «l’ispirata precisione» con cui il capo del fascismo «accusa la libertà di essere un cadavere putrefatto». Wells afferma che «Mussolini ha lasciato il suo segno nella storia». Conrad, poco prima di morire, loda il «meraviglioso esempio di vitalità dato dall’Italia», naturalmente fascista, e conclude le sue lettere con un «A tutti gli amici americani – Saluti! Con il braccio destro teso, à la fascisti».
D.H. Lawrence è accusato da Russel di essere addirittura prefascista; l’altro Lawrence, quello d’Arabia, muore mentre si prepara a un incontro con Hitler. E si potrebbe continuare a lungo. Di tutti questi, però, soltanto Pound finirà per scontare la sua scelta con tredici anni di manicomio criminale. Perché soltanto Pound rimarrà fedele sino alla fine al suo motto: «Se un uomo non è disposto ad affrontare qualche rischio per le sue opinioni, o le sue opinioni non valgono niente, o non vale niente lui».
Il suo silenzio di dopo, che ha fatto versare fiumi di chiacchiere, è stato messo in conto alla vecchiaia, all’esaurimento della vena creativa, alla follia, magari poetica, alla delusione, al rimorso per le sue «colpe». Ma solamente per nascondere la semplice verità. Il silenzio di Pound era il silenzio del vinto che non si vuole piegare davanti ai vincitori; il silenzio del carcerato che non rivolge la parola al carceriere; il silenzio dell’orgoglio, del disprezzo, della follia, forse, ma scelta, affrontata per orgoglio, per disprezzo dei suoi giudici. Perché quello che i commentatori democratici cercano di dimenticare è che la «follia» di Pound non fu decisa da Dio, ma dagli uomini.
Pound, nei giorni della «liberazione» fu condannato alla follia come altri furono condannati alla fucilazione (Brasillach) o al suicidio (Drieu La Rochelle). Scientemente, i «liberatori» suoi connazionali, prima cercarono di farlo diventare folle, poi lo decretarono «ufficialmente» folle di fronte al mondo intero. La storia, che nessuno vuol raccontare, e nemmeno sentir raccontare, è ormai consegnata nei libri, nei documenti del suo processo, negli atti della Camera americana.
Pound, come si sa, durante la guerra, parla dai microfoni da Radio Roma, attaccando Roosevelt, la sua politica, l’usurocrazia dei grandi banchieri che ha trascinato il mondo nel conflitto. Per ciò, in America, viene condannato come traditore, sebbene egli abbia sempre affermato di non aver mai denigrato la sua Patria, ma soltanto gli inetti e criminali governanti della sua Patria.
Finita la guerra, mentre incominciano i primi regolamenti di conti, le prime esecuzioni sommarie, le vendette politiche e personali, il 3 maggio 1945 Pound si consegna a un soldato negro che lo accompagna al comando americano di Lavagna, un paesino nei pressi di Sestri Levante. Viene trasferito al Counter Intelligence Centre di Genova, dove il giornalista Edd Johnson, inviato del Philadelphia Record e del Chicago Sun raccoglie alcune sue dichiarazioni. Fra l’altro, il prigioniero, con una condanna a morte che gli pende sul capo, dice: «Non ci sono dubbi su chi preferissi, tra Mussolini e Roosevelt Nelle mie conversazioni radiofoniche ho parlato a favore della costruzione economica del Fascismo. Mussolini era molto umano…
Churchill credeva nella massima ingiustizia rinforzata dalla massima brutalità».
Ma Pound denuncia la brutalità inglese perché ancora non conosce quella americana. Il 24 maggio venne trasferito nell’American Disciplinary Centre vicino a Pisa. Il Centro, in realtà, è un lager, circondato da reticolati, con le torrette su cui vigilano soldati con mitragliatrici. Racchiude tutta la feccia e l’orrore che si porta dietro ogni esercito, anche democratico: soldati condannati per stupro, omicidio o diserzione, sadici e aguzzini, che hanno torturato donne o bambini, divenuti bottino di guerra. Per i colpevoli dei delitti più feroci ci sono gabbie di ferro, messe all’aria aperta, esposte al sole e alla pioggia, come quelle in cui nello zoo sono chiuse le fiere.
Ed è in una di queste che viene gettato il poeta sessantenne, dopo una lunga attesa nell’obitorio del Centro, durante la quale i carcerieri hanno rinforzato le reti della sua gabbia, cui viene aggiunto, per estrema prudenza, del filo spinato. «Mi avevano messo in una gabbia da gorilla», dirà anni dopo a Maria Rosa Boensch, «e mi davano da mangiare come a un leone. Ma come si può mangiare con il sole che cuoce la testa? Il sole lo avevo continuamente sulla testa; e questo era il peggior tormento». Sole di giorno riflettore di
notte. Perché, appena calano le prime ombre, si accende un riflettore che rimane puntato su Pound fino alle prime luci dell’alba. Inoltre, secondini e prigionieri hanno l’ordine tassativo di non rivolgergli la parola, in nessuna occasione, per nessun motivo. In un angolo della gabbia, tre metri per tre, un bugliolo. «Dovevo… » ricorderà Pound, «davanti a ottomila soldati! Ogni tanto qualche negro gettava un’occhiata…»
Dopo tre settimane di questo trattamento, a base di sole, riflettore, polvere e isolamento, il poeta, spaventosamente magro e debole, è colto da un attacco di terrore isterico. Il medico del Centro chiede che sia tolto dalla gabbia e ricoverato in una tenda da campo, sempre nel massimo isolamento. Non lo si vuole morto, ma vivo e, possibilmente, pazzo. Passano così cinque mesi. Soltanto il 16 novembre, due ufficiali americani gli comunicano che dovrà raggiungere Washington per essere sottoposto a processo. Qui, il suo avvocato, lo trova in «condizioni disperate». «L’infamia a cui è stato sottoposto», scrive nel suo diario, dopo il primo incontro, «sembra che gli abbia tolto il piacere della conversazione, che del resto gli è stato negato per lungo tempo.»
Il silenzio di Pound, cioè, incomincia a Pisa, imposto dai carcerieri che non vogliono sentir le sue ragioni, nemmeno la sua voce, e continua in America, dove il prigioniero si rifiuta di dire le sue ragioni e di far sentire la sua voce. Ma è un silenzio relativo. Pound non parla, ma scrive. Lavora con una frenesia bruciante. Traduce Confucio, scrive i Cantos. A Pisa, Robert L. Allen lo aveva sentito ripetere più volte: «Se io cado, un altro deve continuare».
A Washington, non credendo più agli altri, prima della condanna a morte, che attende imminente, cerca di gettare disperatamente sulla carta tutto quello che gli è possibile, fra un attacco di claustrofobia e l’altro. La condanna a morte, però, non arriverà. I guerrieri vincitori non se la sentono di dar la cicuta al poeta vinto. Preferiscono, democraticamente, evitare anche il processo, che non potrebbe servire a nulla, perché Pound non ha rinnegato nulla e non è disposto a recitare l’autocritica, e dichiararlo ufficialmente pazzo.
È la soluzione migliore, che verrà adottata in Norvegia anche per un altro colpevole di filonazismo, il vecchio Premio Nobel Knut Hamsun. Ed è la soluzione ideologicamente più comoda. Non potendo togliere la grandezza al poeta, si toglie la ragione all’uomo. Se, tra fascismo e democrazia, ha scelto il fascismo, è soltanto perché era ed è pazzo. E questo chiude ogni discussione, risolve il problema, prima addirittura che venga posto: anticipando, in chiave democratica, il sistema dei manicomiprigione di Breznev, di cui oggi tutto l’Occidente si mostra virtuosamente indignato. Per chi ne sente il bisogno, c’è anche la giustificazione letteraria. Ogni poeta ha un filo rosso di pazzia che percorre la sua anima; in Pound, quel filo rosso è diventato un fiume, e gli ha annebbiato il cervello. Così il poeta evita la sedia elettrica e finisce in manicomio criminale.
È un provvedimento più che opportuno perché Pound non solo non si rassegna all’autocritica, ma sta scrivendo la sua autodifesa, non rinnegando nulla, non chiedendo perdono di nulla. Nel 1948, escono i Canti pisani, scritti nel lager di Pisa, che si aprono con il nome di Mussolini e quello di Claretta:

«L’enorme tragedia del sogno sulle spalle curve del contadino 

Manes! Manes fu conciato e impagliato,

Così Ben e la Clara a Milano

per i calcagni a Milano

Che i vermi mangiassero il torello morto»;

e continuano con invettive contro i vincitori:

«Guai a coloro che conquistano con gli eserciti,

la cui potenza è l’unico diritto».

oppure

«I tuoi armati calpestano i miei sogni».

Dalla sua cella manicomiale, il poeta difende Pétain, ricorda il «poor old Benito», denuncia con scherno le inutili violenze dei vincitori che hanno combattuto e ucciso

«Per null’altro che per una giusta pace 

che sbarrasse la strada alle guerre future

come testimonia il bombardamento di Frascati dopo che 

l’armistizio era stato firmato».

Tra gli anatemi e le accuse riaffiorano, come lampi, i ricordi:

«Né può chi ha trascorso un mese nelle celle della morte 

credere alla pena capitale 

Né chi ha trascorso un mese nelle celle della morte 

crede alle gabbie per le fiere»;

le albe al campo:

«Se la brina afferra la tuo tenda 

Renderai grazie che la notte è consumata».

Sale la disperazione:

«Anche te ho strascinato in nessun luogo

a un bordello e non c’è

termine al viaggio»:

l’invocazione:

«Oh lasciate che un vecchio abbia quiete»,

un vecchio per innalzarsi al grido sublime:

«Come una formica sola da un formicaio devastato 

dalle macerie d’Europa, ego scriptor».

Dalle macerie di un uomo, rinasce il poeta che chiama a raccolta tutti i suoi sogni, le sue illusioni, i suoi miti; riafferma la sua fede, la sua, nonostante tutto, certezza d’amore e di bellezza:

«Sotto nuvole bianche, cielo di Pisa: da tutta questa bellezza qualcosa deve uscire…»;

o ancora:

«Quello che veramente ami rimane, 

il resto è scorie 

Quello che veramente ami non ti sarà strappato

Quello che veramente ami è la tua eredità».

Quando non accenna al suo silenzio:
«Se non fossimo muti non saremmo qui… Tempus tacendi, tempus loquendi».

 

Il grande edificio dantesco dei Cantos, un Dante alle soglie della follia scriverà qualcuno, e il coraggio estremo del condannato, stupiscono il mondo. La sua testimonianza splende, limpida, fra le minacce dei vincitori e le paure dei vinti. Sono gli anni dei frettolosi mea culpa, delle verginità democratiche ricostituite, dei travestimenti e dei salti della quaglia. Le banderuole già sventolano al nuovo vento, i voltagabbana già scandiscono i nuovi slogans.
Fra i pochi disperati che rifiutano di battersi il petto, che riservano un moto di pietà e un verso a un dittatore appeso per i piedi, è il poeta «pazzo» del St. Elizabeth’s Hospital, che continua a macinare versi nella sua personale fossa dei serpenti, coinvolgendo nei suoi Canti paradiso e inferno, eroi e clowns, luoghi e tempi lontani, remoti fra loro, in un impeto planetario.
Ma questi versi Pound li sconterà, uno per uno, con tredici anni di manicomio criminale.
Il resto, la stagione successiva alla sua liberazione, appartiene alla cronaca. Il ritorno in Italia, il primo rifugio in Alto Adige, nel castello del genero, il principe de Rachewiltz, i soggiorni a Rapallo e a Venezia, le brevi apparizioni a Taormina e a Spoleto, le rare interviste e i lunghi silenzi sono passato prossimo. Insieme alla morte, improvvisa, lancinante, che lo ha colto sulla laguna:

«O Dieu purifiez nos coeurs!

Purifiez nos coeurs! 

Sì, la mia sorte hai tratto 

in luoghi ameni, 

E la bellezza di questa tua Venezia

m’hai mostrata

E la sua grazia è diventata per me

una cosa da lagrime.

O Dio, quale grande bontà

abbiamo compiuta in passato

e scordata,

Da donare a noi questa meraviglia,

O Dio delle acque,

O Dio della notte,

quale grande dolore

Ci attende,

da compensarci così

Innanzi tempo?»,

aveva scritto nel lontano 1909. Adesso le domande hanno avuto risposta. Una bara spoglia, portata da quattro gondolieri-becchini, su una gondola parata a lutto, ha raggiunto il cimitero di San Michele. Pound ci ha privati del suo silenzio, fatto di orgoglio, di sfida, di passione; e ci ha lasciato fra tante voci e suoni, di disperazione, di vuoto, di nulla.