Appello per un italiano a Gaza

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di Maurizio Blondet

www.maurizioblondet.it – Ricevo e posto, sperando che il nostro governo se ne occupi:

Carissimo dott. Blondet, mi ritrovo a lanciarle un appello, certo della sua sensibilità ed attenzione. Mio figlio, Jacopo Intini, è uno dei dodici italiani tuttora ancora intrappolati a Gaza, fermo al valico di Rafah in attesa di poter finalmente uscire da quell’inferno. Egli lavora da vari anni come responsabile dell’organizzazione umanitaria CISS ( di Palermo) appunto nella Striscia. Le chiedo cortesemente, se lo riterrà opportuno, di poter divulgare tramite il suo sito il riferimento IBAN per coloro che volesse eventualmente inviare un contributo per fronteggiare quella devastante emergenza umanitaria. Si tratta del numero IBAN della organizzazione medesima, al quale eventualmente poter fare riferimento. Glielo inoltro qui di seguito. Se lo potrà porre all’attenzione dei suoi lettori avrà contribuito certamente alla battaglia a favore di quegli innocenti ed indifesi che stanno patendo la ben nota oppressione genocida. La ringrazio di cuore. 

IBAN COOPERAZIONE INTERNAZIONALE SUD SUD: IT29Z0306909606100000166519

CAUSALE: Emergenza Gaza

Solo un media alternativo ha segnalato questo volontario.

Cooperante italiano a Gaza, l’ONG: “Non è ferito ma è provatissimo, bombardato il nostro ufficio”

Jacopo Intini, 28 anni, lavora con l’Ong di Palermo CISS (Cooperazione internazionale Sud Sud) ed è uno tra i pochissimi italiani bloccati a Gaza mentre infuriano i bombardamenti.

Mentre continua la risposta israeliana su Gaza dopo gli attentati compiuti da Hamas il 7 ottobre nel sud di Israele, la situazione nella Striscia si fa sempre più drammatica. La popolazione che vive nella parte nord di Gaza sta evacuando sotto pesanti bombardamenti, e mentre migliaia di persone tentano di mettersi in salvo l’aviazione di Tel Aviv continua a lanciare bombe: nel pomeriggio di oggi funzionari di Hamas  hanno affermato che 70 persone, soprattutto donne e bambini, sono state uccise negli attacchi aerei sui convogli in fuga. Nel frattempo gli ospedali sono ormai al collasso e Medici Senza Frontiere ha rivelato che “Israele ha concesso all’ospedale Al Awda”, nella Striscia di Gaza, “solo due ore per evacuare. Il nostro personale sta ancora curando i pazienti”. Anche Amnesty Internationale ha avvertito che l’ordine di evacuazione  “non può essere considerato efficace”, viste le tempistiche e le modalità in cui dovrebbe svolgersi l’operazione che dovrebbe coinvolgere – in una manciata di ore – oltre un milione di uomini, donne e bambini.

Tra le persone che per ora sono riuscite a raggiungere il sud della Striscia c’è anche un cooperante italiano. Si chiama Jacopo Intini, 28 anni, nato in Abruzzo, lavora a Gaza da circa tre anni con una Ong di Palermo, CISS (Cooperazione internazionale Sud Sud) con progetti di sviluppo come la messa a disposizione dell’acqua potabile e la promozione dei diritti delle donna.

L’Ong: “A Gaza la situazione sta tracollando”

“L’ho sentito stamattina, fino a ieri si riusciva ad avere qualche collegamento internet ora non più, è provatissimo”, racconta a Fanpage.it  Sergio Cipolla, il presidente della Ong. “Jacopo cerca di mantenere la calma, si sposta insieme ad altri nostri operatori, hanno trovato un alloggio di fortuna, in questo momento – continua Cipolla –  la situazione sta tracollando, questa notte è arrivato l’avviso di sgomberare Gaza nord, c’è un fiume di persone che cerca di andare altrove ma è impossibile trovare un rifugio”.

Proprio durante la notte Jacopo e gli operatori palestinesi della Ong hanno abbandonato i loro alloggi sotto i bombardamenti. Anche uno degli uffici della Ong è stato distrutto, situato vicino agli uffici di altre organizzazioni internazionali legate alle Nazioni Unite. Cosa mai successa prima, spiega Cipolla: “In quel preciso momento non c’era nessuno, quell’ufficio ce l’abbiamo da 30 anni, quelle coordinate le abbiamo date all’esercito israeliano perché veniva considerata zona sicura”.

Senza cibo e acqua

“Il nostro personale ora si trova a sud, a Khan Younis, in condizioni precarie, di alcuni non abbiamo più notizie perché non c’è più elettricità e non si possono caricare i telefoni, manca l’acqua, scarseggia il cibo, ci diceva Jacopo che da diversi giorni mangiano solo un po’ di pane duro e qualche pomodoro che riescono a trovare. Come Ong lavoriamo da 40 anni in zone pericolosissime, da sempre, abbiamo avuto precedenti – continua Cipolla – ma il livello di drammaticità di questa situazione non l’abbiamo mai registrato”.