L’uomo alla prova d’amore

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Chi non è mai stato innamorato, chi non ha mai provato pene d’amore, soprattutto in adolescenza o gioventù?
Tutti possono ricordare e testimoniare che si tratta di esperienze viscerali, pervadenti e devastanti, talvolta paragonabili a dei lutti. Eppure un giorno ci si sveglia, tutto finisce in un battito di ciglia e si volta pagina e, come uomini nuovi, ci si ride sopra, si ride di noi stessi.
Cosa succede, è un processo razionale?
Quante volte abbiamo ricevuto il consiglio di un amico che ci diceva che non ne valeva la pena e che provava a convinverci di tanti altri aspetti positivi che avremmo potuto vivere o recuperare: in cuor nostro tutto questo lo sapevamo, eppure nulla cambiava di una virgola di quello stato d’animo misto di tristezza, rabbia e malinconia, di sentimenti di possesso e rassegnazione al contempo, di un passato che non si può cambiare e di un futuro che non sarebbe più potuto essere, in generale di un senso di depressione talvolta legato a un senso di morte, di mancanza totale di senso.
La risposta è no: non c’è nulla di razionale.
Tutto quello che viene suscitato prende le mosse, in parte, dalle fragilità delle nostre anime, che si confrontano con un senso mai provato prima, fatto di pienezza e di illusoria vittoria di ogni paura: un senso di infinito, che è ricordo di una dimensione paradisiaca primordiale, che viene strappata e infranta improvvisamente, la cui nostalgia crea malessere.
L’uomo ha dedicato secoli a interrogarsi su tale dimensione, vi ha fatto studi, scritto poesie e canzoni, dedicato opere… Talvolta vi ha combattuto guerre.
La necessità di amare e di essere amati accomuna ogni uomo, tale che la mancanza di corresponsione, di questo paradiso dimenticato, già potenzialmente critica in soggetti equilibrati, in quelli con particolari ferite o fragilità può determinare dei cortocircuiti molto pericolosi, di fronte ai quali non ci sono “catechismi laici”, non ci sono educazioni scolastiche o borghesi che possano tenere, non c’è dialogo, perché tutto si azzera nella pura irrazionalità.
Allora, uomini deboli e spezzati come possono far fronte a una tale tempesta irrazionale e inconscia?
Non è un caso che le civiltà tradizionali, a ogni latitudine, abbiano espresso una mitopoiesi a ciò dedicata: ogni eroe, per essere tale, deve superare anche una prova d’amore, consistente nell’affrontare un drammatico distacco o un particolare sacrificio in nome di una Visione del mondo, di un’aderenza spirituale, che lo trascende; una prova dalla quale può uscirne vittorioso o irrimediabilmente sconfitto. La prova d’amore, dunque, non è un semplice fatto educativo borghese, ma ha il carattere di una “prova iniziatica”, di una dura ascesi tramite la quale si diventava uomini, pena soccombere a se stessi, alle acque corrosive in ciascuno di noi.
Ettore, che saluta la moglie e il figlio alle porte scee per il dovere di difendere la patria («Così detto, diede suo figlio in braccio alla sposa | e lei lo accolse sul petto fragrante e sorrideva | in mezzo alle lacrime. La vide Ettore e n’ebbe pietà» Iliade 6, 482-484), Ulisse, che rifiutare i falsi amori tenendo fede a quello per la moglie Penelope («Diceva che mi avrebbe reso immortale | e giovane sempre, ma non riusciva | a persuadere il mio cuore» Odissea 7, 326-328), e ancora Enea, che sopprime la viscerale passione per Didone perché gli dei avevano per lui altri piani («Da assillanti richieste d’ogni lato l’eroe | è colpito e nel grande cuore avverte intensa la pena; | l’animo resta immoto; le lacrime scivolano via senza esito» Eneide 4, 447-449), sono eroi anche perché hanno superato la prova d’amore.
Così come è esempio San Giuseppe: casto custode della Sacra Famiglia.
Allo stesso modo, la cavalleria cristiana viveva e vinceva tale prova nella castità dell’amore offerto alla dama, un amore trasfigurato da ogni elemento umano e che si concretizzava in una milizia terrena dedicata alla protezione degli orfani, dei deboli e delle vedove, a costo della vita.
Per tutti noi, vincere la prova d’amore è dominare se stessi, è riuscire a guardare in faccia alle proprie paure e alle proprie fragilità ed affrontarle, anche accettando la fine di una storia d’amore: quella della vita o una adolescenziale (entrambe pericolose, per il medesimo grado di assolutizzazione che coinvolge tutta l’anima). La prova d’amore è essere capaci di dare anche la vita per la donna, per ogni donna: perché l’uomo ha la missione esistenziale di proteggere e custodire ogni donna, fino alle estreme conseguenze.
Ecco la virilità, quella che fa tanto paura perché ci spinge anche a morire a noi stessi: una virilità insopportabile per l’uomo moderno e contemporaneo, per la società contemporanea, che strilla pretestuosamente a un non meglio identificato “patriarcato” ogni qual volta un fatto di cronaca nera, ad opera di mezzi uomini, coinvolge tragicamente una donna, con l’unico obiettivo di distruggere definitivamente un rapporto tra i sessi armonico ed equilibrato.
Abbiamo a che fare con pulsioni travolgenti, cosa può fare di fronte a queste il maschio debole e devirilizzato della nuova antropologia radical-chic, dimentico di se stesso e delle proprie possibilità? Come può egli affrontare se stesso per saper custodire le persone e le donne che egli incontra sul proprio percorso?
L’aver eliminato la dimensione agonistica e combattiva dalla vita, l’aver negato che lo sforzo, la battaglia e il combattimento quali esperienze interiori volte a fare spazio a quella Luce che ci trascende, che sola può vincere le pulsioni viscerali e tenebrose di un’umanità ferita, che emergono e sono suscitate nella “prova d’amore”.
Non c’è “lotta al patriarcato”, educazione civica e corsi di affettività che tengano. Non ci sono nozioni che possano essere “imparate” per poi essere usate all’occorrenza, di fronte alla marea oscura della pulsioni irrazionali che irrompono dall’anima e di fronte alle quali ogni concetto razionale si annulla, valendo solamente l’umanità che si è stati in grado di coltivare.
C’è solo l’esempio luminoso dei padri che amano, rispettano, difendono e custodiscono le mogli, le madri le sorelle e le figlie, l’esempio luminoso che penetra nelle viscere, che insegna a fare i conti con noi stessi, che crea effetto emulativo e che, all’occorrenza, ci permetterà con forza di cavallerescamente difendere, proteggere e custodire.