Ho 19 anni e, osservando ciò che accade attorno a me, non posso che riconoscere la coerenza delle riflessioni di Aldo Maria Valli riguardo al nostro tempo. Una delle realtà più evidenti e più tristi, tra i giovani della mia età, è la diffusione della bestemmia.
Non credo che la responsabilità ricada principalmente sui genitori: a mio avviso, si tratta piuttosto di un atteggiamento legato al desiderio di sentirsi grandi, un atteggiamento simile a quello che spinge molti ragazzi ad avvicinarsi al fumo. Bestemmiare diventa così una sorta di rito di passaggio, un modo per esibire un’apparente maturità.
Colpisce, inoltre, la precocità con cui questo fenomeno si manifesta: non è raro sentire bestemmiare ragazzi di 13, 14 o 15 anni. E spesso le frasi più offensive vengono pronunciate per futili motivi: un oggetto caduto o un errore nello scrivere o in generale anche una piccola contrarietà quotidiana. La bestemmia non nasce da una profonda convinzione, ma diventa un’abitudine superficiale, ripetuta quasi automaticamente.
Se si chiede a uno di questi ragazzi il perché delle bestemmie loro rispondono tutti in egual modo ossia che sono atei, che non credono ecc.. Ma questa spiegazione appare fragile. Così come il fumo, la bestemmia non trova una vera ragione d’essere: è piuttosto un gesto che vuole comunicare sicurezza di se o maturità, senza possederle realmente. Occorre ricordare che bestemmiare non significa solo mancare di rispetto a Dio: significa anche offendere chi crede. Tuttavia questo non riguarda solo Dio oppure credenti e non.
È un problema che riguarda, la società nel suo complesso. La bestemmia, ridotta ormai a semplice intercalare, è lo specchio di una deriva più profonda: segnala un impoverimento del linguaggio e, una perdita di rispetto verso valori che hanno fondato la nostra cultura. È un segnale preoccupante, che segna quanto in basso continua a cadere la nostra società, e la nostra cultura, nonché anche l’educazione dei giovani.
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