INCISE SULLA PIETRA | Giovanni Lindo Ferretti contro il nulla che avanza

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Avevamo parlato già qui dell’artista Giovanni Lindo Ferretti, e del suo percorso di vita, che lo ha portato ad una riscoperta graduale della Verità, attraverso passaggi certamente inusuali ma che probabilmente lo hanno arricchito di una ancor più decisa consapevolezza.
Una delle prove di quanto egli sia riuscito ad approdare, anche se passando per diversi lidi, ad un’analisi lucida ed oggettiva di questi tempi, è il testo nel quale ci siamo di recente imbattuti e che vi proponiamo qui sotto. Sicuramente un punto di vista comunque non perfettamente aderente ad una visione del mondo tradizionale, ma comunque una posizione sicuramente più vicina a noi che alla modernità galoppante!
Se allora fummo noi a dargli un consiglio, qui è lui che ne dà uno, implicito ma efficace, alle nuove generazioni.

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“… Ai giovani di queste ultime generazioni non è nemmeno concesso sperimentare il conformismo dei giovani ribelli, come lo chiamava Pasolini. Non è colpa dei figli è colpa dei padri. Sono molto più preoccupanti le mancanze dei padri delle mancanze dei figli ma la non esistenza dei padri, l’aver rinunciato ad esercitare l’autorità paterna, è senza dubbio la colpa più grande. Il vuoto di valori familiari e civili è l’ambito in cui muovono le nuove generazioni. Ci vuole sicuramente più determinazione per resistere al vuoto

Nel momento del distacco adolescenziale è doveroso sperimentare la ribellione. Non puoi costruirti senza recidere il legame con la famiglia, con l’infanzia. Nasci come carne, non dipende da te, e poi ad un certo punto devi nascere come spirito. È uno sforzo e cresce preferibilmente su un gesto di ribellione. È difficile ribellarsi al vuoto, al niente. Tutto ora pretende di essere garantito, tutto è già stato pensato, certi di quello che serve, ma c’è un momento in cui bisogna dire: – No -. Un No che dovrebbe far tremare il mondo. La differenza tra restare larva o schiudersi e poter volare via. Ci sarà tempo e modo di ricadere a terra, misurarsi con la realtà, accettarne i limiti.

La fortuna della mia generazione è stata l’essere costretta entro limiti rigidi, limiti politici sociali familiari e culturali che non ci hanno dato scelta se non quella di ribellarci e, in questo, sperimentare le nostre capacità, la nostra volontà, i nostri sogni. Le ultime generazioni, al contrario, non conoscono limiti.

Se il nostro sfogo erano le barricate, lo sfogo di questa generazione è lo spazio virtuale. Dal mio punto di vista un impoverimento sostanziale. Paradossalmente l’essere malmenati dai poliziotti durante una manifestazione è pur sempre un’esperienza vitale, ti obbliga a fare conti seri, schiacciare un click per condividere una delle centomila cose che succedono nel mondo è un’esperienza insignificante, ti snerva, toglie vitalità.

Se c’è un valore a cui la società nella quale viviamo ci espone continuamente è ‘Sii te stesso’ ‘Sii libero di scegliere quello che piace’. Forse però dovremmo chiederci quali strumenti davvero ci vengono dati per capire cosa vuol dire ‘essere sé stessi’

Essere sé stessi è un tracciato inimmaginabile a priori, non corrisponde a quello che decide la tua famiglia, che decide per te la società o peggio un algoritmo. Se questo fosse vero la vita non sarebbe un mistero ma neanche un enigma, sarebbe nulla. La messa in scena di un copione abusato.

Per le nuove generazioni non c’è enigma, non c’è mistero, non è dato il senso del tragico, non è concesso sperimentare la meraviglia. Ma la vita non è ovvia e in fondo al cuore c’è sempre qualcosa che non torna.

Sono nato e cresciuto in un contesto tradizionale, un piccolo borgo di montagna, sono stato un bimbo felice perché avevo tutto l’affetto che mi serviva e tutto intorno a me era meraviglia. Da bambini si può vivere in sintonia con il mistero. Poi viene un momento, quello dell’adolescenza, in cui bisogna distaccarsi per dar forma a sé, è un momento fondamentale. Non siamo i primi sulla terra e non saremo gli ultimi, tutti coloro che si permettono di sperimentare la condizione umana lo fanno negli stessi termini facendo cose molto diverse.

È stupefacente leggere le poesie greche o latine e percepire che non è cambiato niente nel cuore dell’uomo, se non quello che abbiamo dimenticato. Abbiamo aggiunto poco, molto meno di ciò che pensiamo e vorremmo. In questo Pasolini è un grande maestro della modernità. L’unico a percepirne carnalmente lo sgretolamento, e ad aprire gli occhi sul dopo-storia. Quel dopo storia che oggi noi sperimentiamo come quotidianità ed è determinato da tre parole nuove: connessione, virtualità, intelligenza artificiale. Anche per questo io vivo qui, tra i monti dell’Appennino. Fedele alla storia e alla geografia di un destino.

Il contemporaneo procede per sradicamento ed ha un impatto devastante perché ciò che è sradicato può solo sradicare. Un essere a sé, senza famiglia, senza patria, senza storia, per essere perfetti consumatori. Nient’altro. E anche se siamo tutti consumatori non siamo solo consumatori, tutti conosciamo il piacere sessuale ma non siamo solo piacere sessuale, tutti dobbiamo mangiare ma non siamo il mangiare. Tutti ci ammaliamo ma non siamo malattia. Vivere vuol dire governare la complessità, e la complessità cresce in modo esponenziale semplicemente vivendo. Il bambino nasce con pochissimi bisogni. La vita è facile: un capezzolo da succhiare, qualcuno che ti pulisca e ti accarezzi. Poi le necessità cominciano a crescere, a complicarsi, diventano contraddittorie e bisogna scegliere. Non si può avere tutto. Le necessità materiali sono basilari, ridottissime rispetto a quello che la modernità reputa indispensabili. La libertà non è riducibile a una soddisfazione immediata. È una radice profonda, una disciplina, va conservata, protetta e difesa.

Questa sicuramente è la generazione più libera, ma allo stesso tempo forse quella che meno si è interrogata sul significato di libertà.

Si è perso il rapporto tra le generazioni, con la storia, ognuno vive a sé. Come se niente ci fosse stato prima, come se la vita fosse la materializzazione quotidiana delle proprie voglie.

Volenti o nolenti possiamo dire che ogni nostro sforzo nasconde un desiderio di radicamento

Lo sradicamento è la vera piaga sociale di questo tempo, lo sradicamento di masse e di singoli, diseredati dalla propria storia e dalla possibilità di trovare una ragione alla propria esistenza.”

 Giovanni Lindo Ferretti