«Il cieco non sa nulla del fuoco. Ma vi sono, nel fuoco, linee di forza sensibili alle palme delle mani. E lui cammina attraverso i rovi, poiché ogni trasformazione è dolorosa. Signore [Dio], io procedo verso Te, per tua grazia, lungo il pendio che fa divenire».
(Cittadella, Antoine de Saint-Exupéry – AGA Editrice)
Exupéry utilizza l’immagine del cieco e del fuoco per far intendere al lettore la condizione dell’uomo che, pur non riuscendo a vedere il Principio, ne coglie le «linee di forza».
Le forze che il cieco sente nel fuoco, pur non potendolo vedere, sono simili a quei segni non razionali che suggeriscono l’esistenza di Dio.
Il fuoco non rappresenta quindi una semplice materia ma ha degli elementi metafisici che lo accomunano al sole e con esso al Principio di tutte le cose.
Il fuoco non distrugge, ma guida. Chi lo attraversa, bruciato ma non consumato, diventa altro. Non ritorna come prima.
Il cieco che procede attraverso i rovi è l’uomo in cammino per cercare Dio.
Un percorso doloroso («tra i rovi») perché richiede sforzo e sacrificio.
Un dolore necessario perché implica la morte dell’io per lasciare spazio a Dio; ma un dolore che è anche «grazia» perché permette di rendersi degni e di qualificarsi.
L’esperienza del dolore non è fine a se stessa, è anzi la condizione per una rinascita.
Non è l’anima a temere il fuoco, ma l’ego.
Incapace di vedere il mistero perché usa sensi ormai atrofizzati, l’uomo moderno è cieco.
Senza Fede non può camminare tra i rovi; senza affidarsi alla grazia, non può riconoscere le «linee di forza».
Eppure, nelle ferite e nei dolori si percepisce quel fuoco che non solo illumina ma trasforma.
Vivere non significa evitare i rovi, ma attraversarli; non fuggire il fuoco, ma lasciarsi purificare.





