La Via del Tao • Grazia e disgrazia

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«Grazia ricevuta ferisce quanto disgrazia»
(Tao-tê-ching di Lao-tze, Julius Evola – Edizioni Mediterranee)
Il Tao-tê-ching spiega che sia la grazia che la disgrazia possono ferire quando l’uomo le percepisce come elementi che definiscono il proprio essere. Per quanto possa sembrare paradossale, la disgrazia non sempre nuoce, così come la grazia non sempre giova; esse, infatti, sono negative solo quando l’uomo ne diventa dipendente. Non solo un’avversità, ma anche un dono può diventare un peso.
La grazia, quando è vissuta come qualcosa di cui non poter fare a meno, appesantisce l’essere quanto il timore della disgrazia, l’attesa della grazia stessa e la paura di perderla una volta ottenuta. Non è la grazia a ferire, ma l’illusione di poterla mantenere, che incatena l’uomo a qualcosa di cui non ha il controllo. L’uomo è, infatti, per sua natura esposto ai fattori esterni che sono imprevedibili e instabili, determinando situazioni propizie o avverse.
Proprio come una nave in alto mare può sfruttare i venti favorevoli o dover affrontare una tempesta, ciò che conta è riuscire a gestire la situazione e mantenere la rotta. Quando l’uomo scambia la grazia ricevuta con ciò che è, confondendo i propri averi, titoli e successi con il proprio valore e la propria identità, diventa vulnerabile e rischia di ferirsi.
La grazia che non ferisce è quella che non viene considerata essenziale; così facendo, l’uomo protegge la propria essenza da ciò che sfugge al suo controllo.
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