Oggi, più che mai, è indispensabile rinnovare il mito della fondazione di Roma all’interno dei nostri cuori. Ripercorriamo le parole del Dispaccio “Essere Roma, Essere Exempla”, per tutti noi importante, tracciando quel solco interiore in nome dell’Esempio e della Luce di Roma.
trasmettendoli col loro esempio, i cives romani hanno dominato lo spazio, conquistando il mondo, avendo già conquistato loro stessi. Tali Princìpi sono stati conservati tramite gli Exempla, modelli, storici e metastorici, con cui Roma intessé il proprio patrimonio mitico; la cui universalità, ancora oggi, fa vibrare le corde dei cuori di chi si pone al servizio della Tradizione.
Tito Manlio Torquato, console romano, si vide costretto a far giustiziare il proprio figlio, a causa della sua insubordinazione, nonostante questi avesse conquistato un’importante vittoria all’esercito romano. Tito Livio ci tramanda le parole del colloquio tra padre e figlio, intercorso subito dopo il duello che vide quest’ultimo trionfare sul nemico di Roma: «‘Padre, perché tutti mi ritengano figlio tuo, ti porto queste spoglie equestri strappate al corpo d’un nemico che mi aveva sfidato a duello’. Non appena il console ebbe udito queste parole, distolse d’un tratto lo sguardo dal figlio e ordinò al trombettiere di suonare l’adunata. Quando gli uomini si furono raccolti disse: ‘Poiché tu, Tito Manlio, senza portar rispetto né all’autorità consolare né alla patria potestà, contro i nostri ordini hai abbandonato il tuo posto per affrontare il nemico e con la tua personale iniziativa hai violato la disciplina militare grazie alla quale la potenza di Roma è rimasta tale fino ad oggi, ci hai costretto a scegliere se dimenticare lo Stato o dimenticare noi stessi; se dovremo noi essere puniti per la nostra colpa, o piuttosto dovrà essere costretto, per le nostre colpe, a pagare un prezzo molto alto lo Stato. Siamo costretti a stabilire un precedente doloroso che sarà però d’aiuto ai giovani di domani. Quanto a me, sono toccato non solo dall’affetto naturale d’un padre verso i figli, ma anche dalla prova di valore che ti ha fuorviato con una falsa parvenza di gloria. Visto, però, che l’autorità consolare deve essere consolidata dalla tua morte, oppure del tutto abrogata se resterai impunito, e siccome penso che nemmeno tu, se in te vi è una goccia del mio sangue, saresti capace di rifiutare la disciplina militare messa in crisi per colpa tua, va’, littore, legalo al palo (i, lictor, deliga ad palum)’. 
Attilio Regolo testimonia il comportamento dell’uomo romano di fronte alla parola data, nonostante le conseguenze. Egli fu console romano nel 267 a.C., al tempo della seconda guerra punica, durante la quale fu fatto prigioniero dai Cartaginesi. Come racconta Mario Polia, questi «lo inviarono a Roma perché inducesse il Senato ad accettare la pace, o, in alternativa, per negoziare lo scambio dei prigionieri che Roma avrebbe dovuto riscattare a peso d’oro. Prima di partire per l’ambasciata, Regolo fu costretto a giurare che, qualunque fosse stato l’esito della sua ambasciata, sarebbe tornato a Cartagine. Giunto al Senato, perorò la continuazione della guerra e si adoprò perché lo scambio di prigionieri non venisse effettuato. Per onorare la parola data, posta sotto la tutela di Iuppiter Fidius, tornò a Cartagine dove venne ucciso. Secondo la tradizione cui attinse Appiano (II sec. d. C.) fu rinchiuso in una botte irta di chiodi fatta rotolare giù per un ripido pendio».[4]