

Chiusi dentro le nostre case, convinti che passare la giornata sul divano, ai videogiochi o a cucinare, senza alcuna interazione umana diretta o quasi sia diventato un gesto “eroico”, un modello da “adulti responsabili”, quando fino al giorno prima poteva facilmente definirsi una forma asociale di vita (per non dire “da sfigati”). Adesso ci siamo convinti che tutto questo sia vivere in maniera straordinaria, vivere “in trincea”. Mi spiace signori, ma tutto questo rientra sempre negli aspetti e nelle modalità della vita ordinaria o vita corrente, una vita reale peggiore delle illusioni; forse ancor peggio, mai come in questi tempi illusione e vita ordinaria si stanno fondendo ed escludendo qualsiasi altra (e alta) forma di percezione.
Ed è infatti così fragile il castello di carte che ci siamo costruiti che alle prime avvisaglie di una emergenza un po’ più seria del normale, di poco sopra alle righe di quello che già normalmente a stento riusciamo a gestire in fatto di calamità, che tutto crolla. Ancorata solo a se stessa e al mondo del divenire la nostra società odierna cade rovinosamente; non stiamo aspettando con ansia il crollo, esso è già avvenuto. Si è palesato nel momento stesso in cui milioni di individui hanno reagito con ammassamenti isterici per fare scorte di beni (spesso non necessari), con l’odio cieco verso chiunque metteva il naso fuori dalla propria abitazione, con l’appoggio a qualsiasi sospensione delle libertà individuali senza porsi nemmeno una domanda, con l’egoismo verso il prossimo per salvare prima noi stessi e la nostra salute, con gli hashtag, con i flash mob, con le messe sospese e i funerali vietati. In tutte queste forme di impulsività, d’agitazione, amplificate e veicolate dalla cassa di risonanza mediatica degli organi di stato e d’informazione non si intravede quel modello di “consapevolezza e responsabilità” che vorrebbero far trasparire, si intravede paura.
Paura per il contagio, paura per la fine di un mondo, paura per la fine del benessere, paura di dover compiere davvero scelte forti e coraggiose e di dover reagire (chiudere tutto e blindare dentro casa una nazione non è coraggio, è la summa della passività d’azione), paura di provare dolore e sofferenza. Ma tutto questo rigorosamente sul divano di casa, davanti al televisore o facebook, maledicendo il contagio ma provando una sorta di strano appagamento, di nuova assuefazione, con una parte di noi che quasi si sente viva ora, pienamente coinvolta in questa “guerra globale al virus” dove anche noi, in fondo, stiamo facendo la nostra parte, siamo un po’ tutti eroi: ci teniamo informati 24 ore al giorno, condividiamo qualsiasi informazione, ci appostiamo tra le tende della finestra pronti alla delazione se il nostro vicino porta troppe volte fuori il cane. Perverso appagamento della propria miseria e rifugio per la nostra paura. Veri malati di una società terminale. “Il vicino ha perso il lavoro, si è impiccato, non sopportava più la situazione…era così giovane, poveraccio”: ne parlerà al telefono con gli amici per due giorni allo stesso modo di come avrebbe parlato di un eliminato dalla casa del Grande Fratello, o probabilmente assieme.
L’Io che ha paura infatti si ritrae agitato e si aggrappa a sé reagendo, ostruendo ogni comunicazione superiore, come se fosse un caotico ingorgo stradale, sperimentando così il dolore più profondo. Questo dolore può considerarsi a ragione come la manifestazione di una esperienza puramente negativa.
La tradizione greca con Plutarco, che era anche un Sacerdote, ci dice che “L’anima dell’uomo al momento della morte prova la medesima passione di coloro che vengono iniziati ai Grandi Misteri; e la parola corrisponde alla parola, il fatto al fatto: si dice τελευτᾷν (morte) e τελεῖσθαι (iniziazione)”.
Lucrezio: “un tempo questa forma di epidemia e calore mortifero nella terra di Cecrope funestò i campi e rese deserte le strade, vuotò la città di cittadini”; “dapprima avevano la testa ardente di calore e gli occhi entrambi arrossati con luccichio diffuso; anche la gola ristretta all’interno sudava di sangue e ostruita da ulcere la via della voce si chiudeva, e la lingua, interprete dell’anima, stillava sangue, debilitata dal male, pesante nei movimenti, rugosa al tatto”; “allora si manifestavano molti altri sintomi di morte: l’animo turbato, la mente in mestizia e timore, cipiglio triste, volto infuriato e violento, inoltre orecchie tormentate e piene di ronzii, respiro frequente o invece forte e lento, lucente umidità di sudore che bagna il collo, sputi scarsi, minuti, colorati di giallo e salati, una tosse che esce a stento dalla gola roca”; “non vi era mezzo sicuro per un rimedio comune: ciò che ad alcuni aveva reso possibile i soffi vitali dell’aria aspirare nella bocca e contemplare la volta celeste, per altri era esiziale e procurava la morte”.
Leggo questi passi, penso ad un mondo tecnologicamente non assistito come quello romano, e mi viene in mente Tito Livio: “Poiché non si vedeva la fine del morbo il senato ordinò che i decemviri consultassero i libri sibillini; per loro disposizione fu indetto un giorno di supplicazione e mentre Q. Marcio Filippo pronunciava la formula il popolo nel foro fece voto, se quell’epidemia di peste fosse stata allontanata dal territorio di Roma, di celebrare feste e supplicazioni per due giorni”. Si dirà che furono risposte irrazionali e superstiziose ad un male insormontabile per l’epoca; eppure con suppliche e “superstizioni” quella Civiltà durò oltre mille anni, la nostra quanto resisterà?