Che peste vi colga!

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(da un nostro lettore)
Seguo sempre con interesse la pagina di AzioneTradizionale.com e voglio condividere con voi alcune riflessioni “forzate” da questi giorni: forse saranno un po’ troppo “pensieri in libertà”, a tratti dure e magari potranno infastidire ma forse il loro compito è proprio quello di scuotere. Ci tengo prima di iniziare a voler fare una precisazione necessaria: ho il massimo rispetto per tutti gli operatori, e non, che si stanno impegnando direttamente assolvendo il proprio dovere con onore e costanza per far fronte all’emergenza, sono vicino al dolore di tutti coloro che per motivi legati alla diffusione del virus hanno perso o stanno perdendo se stessi e/o i propri cari; purtroppo è secondo me altresì vero e tangibile che una certa miseria umana ha raggiunto un numero esorbitante di persone.  
Nel periodo che stiamo attraversando, una delle percezioni più diffuse e veicolate è sicuramente quella di trovarsi a vivere una situazione straordinaria, una vita straordinaria. Ci viene costantemente ribadito, i media non fanno che parlare della “guerra al coronavirus”, lo stato legifera esclusivamente tramite strumenti non ordinari, a colpi di decreti legge. La parola “straordinario” in tutte le sue declinazioni viene affiancata a qualsiasi elemento e contesto: leggi, misure, manovre, etc. Ci sembra inutile elencare tutta una serie di situazioni che stiamo vivendo, chi più e chi meno, tutti in prima persona, quindi non andremo oltre con tale “lista della spesa”.
Effettivamente non si può negare che da un punto di vista prettamente legato agli standard della routine quotidiana quello che sta avvenendo è qualcosa di diverso, con caratteristiche di emergenza, senza dubbio e per certi versi definibile come “straordinario”. Eppure questo straordinario non è reale. La condizione attuale è in realtà il suo contrario portato al proprio eccesso estremo, così estremo da poter facilmente essere scambiato (o fatto volutamente scambiare) per il suo opposto: noi stiamo vivendo l’esasperazione della vita ordinaria, l’ordinario elevato allo straordinario.
Chiusi dentro le nostre case, convinti che passare la giornata sul divano, ai videogiochi o a cucinare, senza alcuna interazione umana diretta o quasi sia diventato un gesto “eroico”, un modello da “adulti responsabili”, quando fino al giorno prima poteva facilmente definirsi una forma asociale di vita (per non dire “da sfigati”). Adesso ci siamo convinti che tutto questo sia vivere in maniera straordinaria, vivere “in trincea”.  Mi spiace signori, ma tutto questo rientra sempre negli aspetti e nelle modalità della vita ordinaria o vita corrente, una vita reale peggiore delle illusioni; forse ancor peggio, mai come in questi tempi illusione e vita ordinaria si stanno fondendo ed escludendo qualsiasi altra (e alta) forma di percezione.
Non è certamente un segreto che l’umanità attuale è divenuta impermeabile a qualsiasi influenza diversa da quella che cade sotto i propri sensi e con una facoltà di comprensione sempre più limitata alla sola sfera dell’immediatamente sensibile. Nel migliore dei casi si pensa che sia reale solo quello che vediamo e tocchiamo, nel peggiore e molto spesso, che sia reale e vero tutto quello che ci viene detto lo sia. Del resto è proprio soltanto a questa condizione che il mondo sensibile può apparire come un sistema chiuso all’interno del quale ci si senta perfettamente sicuri. Illusione realizzata dal materialismo, una sicurezza che però può essere facilmente turbata da interferenze inattese come ad esempio quelle che stiamo vivendo.
Ed è infatti così fragile il castello di carte che ci siamo costruiti che alle prime avvisaglie di una emergenza un po’ più seria del normale, di poco sopra alle righe di quello che già normalmente a stento riusciamo a gestire in fatto di calamità, che tutto crolla. Ancorata solo a se stessa e al mondo del divenire la nostra società odierna cade rovinosamente; non stiamo aspettando con ansia il crollo, esso è già avvenuto. Si è palesato nel momento stesso in cui milioni di individui hanno reagito con ammassamenti isterici per fare scorte di beni (spesso non necessari), con l’odio cieco verso chiunque metteva il naso fuori dalla propria abitazione, con l’appoggio a qualsiasi sospensione delle libertà individuali senza porsi nemmeno una domanda, con l’egoismo verso il prossimo per salvare prima noi stessi e la nostra salute, con gli hashtag, con i flash mob, con le messe sospese e i funerali vietati. In tutte queste forme di impulsività, d’agitazione, amplificate e veicolate dalla cassa di risonanza mediatica degli organi di stato e d’informazione non si intravede quel modello di “consapevolezza e responsabilità” che vorrebbero far trasparire, si intravede paura.
Ma come ci ricorda Guénon, proprio questo è difatti il carattere più visibile dell’epoca moderna: il bisogno di un’agitazione incessante, di un mutamento continuo, di una velocità spasmodica, dell’amore per l’analisi spinta all’estremo. La società così è, questo riflette e questo vuole; quindi che il carosello entri in azione, che il mantra dei dati statistici muti ogni giorno ma non smetta mai di proferirsi, che le responsabilità affidate siano solo astensioni passive da ogni responsabilità, che la cronaca nera diventi cura apotropaica ed esorcizzi la paura trasformandola in una sorta di macabra ossessione da gossip delle morti e dei contagi.
Paura per il contagio, paura per la fine di un mondo, paura per la fine del benessere, paura di dover compiere davvero scelte forti e coraggiose e di dover reagire (chiudere tutto e blindare dentro casa una nazione non è coraggio, è la summa della passività d’azione), paura di provare dolore e sofferenza. Ma tutto questo rigorosamente sul divano di casa, davanti al televisore o facebook, maledicendo il contagio ma provando una sorta di strano appagamento, di nuova assuefazione, con una parte di noi che quasi si sente viva ora, pienamente coinvolta in questa “guerra globale al virus” dove anche noi, in fondo, stiamo facendo la nostra parte, siamo un po’ tutti eroi: ci teniamo informati 24 ore al giorno, condividiamo qualsiasi informazione, ci appostiamo tra le tende della finestra pronti alla delazione se il nostro vicino porta troppe volte fuori il cane. Perverso appagamento della propria miseria e rifugio per la nostra paura. Veri malati di una società terminale. “Il vicino ha perso il lavoro, si è impiccato, non sopportava più la situazione…era così giovane, poveraccio”: ne parlerà al telefono con gli amici per due giorni allo stesso modo di come avrebbe parlato di un eliminato dalla casa del Grande Fratello, o probabilmente assieme.
L’Io che ha paura infatti si ritrae agitato e si aggrappa a sé reagendo, ostruendo ogni comunicazione superiore, come se fosse un caotico ingorgo stradale, sperimentando così il dolore più profondo. Questo dolore può considerarsi a ragione come la manifestazione di una esperienza puramente negativa.
Quando questo flusso di emozioni non si esaurisce nel dolore o, più in generale, nella sofferenza, ovvero quando esso incontra una reazione più sottile dell’individuo, allora scende in strati più bassi dell’essere, dando luogo a saturazioni aberranti le quali – sempre in termini di “ingorgo” nella comunicazione verso la parte più alta di noi – costituisce la vera essenza della malattia. Eccolo il vero organismo malato, dove si produce e si riproduce lo stato di ansia-sofferenza; questo stato poi viene ad essere proiettato fuori di noi come una emanazione sinistra, mentre al contempo si fissa nella nostra psiche. La vera pandemia non si chiama Covid-19.
Si sta inconsapevolmente palesando, del resto, la limitazione di una società “mortifera” che al contempo rifugge il concetto stesso di morte. Quanto affermato in merito al dolore, alla malattia, alla sofferenza è implicito in quanto abbiamo appena detto; malati e spaventati dalla ineluttabilità della morte. Ma se la morte è un dono che riceviamo tutti alla nascita nostro malgrado, l’assurdo non si trova proprio nel volerla escludere, senza successo, dalla nostra vita?
Le tradizioni del passato insegnavano che la potenza della morte  e quella dell’iniziazione sono la medesima cosa, nelle sue diverse declinazioni questa dottrina era centrale. Nelle scuole indiane si dice che il mantra utilizzato nel risveglio della kundalinî, è anche il mantra di Mrtyu (la morte, o anche la personificazione in un deva della Morte).
La tradizione greca con Plutarco, che era anche un Sacerdote, ci dice che “L’anima dell’uomo al momento della morte prova la medesima passione di coloro che vengono iniziati ai Grandi Misteri; e la parola corrisponde alla parola, il fatto al fatto: si dice τελευτᾷν (morte) e τελεῖσθαι (iniziazione)”.
Si tratta di un momento, di un istante, un sospiro drammatico e di crisi dell’individualità, la quale può soltanto vincere e rinascere trasformata in uno stato trascendente (iniziazione), oppure soccombere, frantumata nella rigidità della propria struttura che non ha saputo/potuto valicare (morte). L’adepto utilizzava per il raggiungimento della propria iniziazione la stessa potenza che negli altri avrebbe prodotto la morte; se questo poteva verificarsi è perché egli non ne ha avuto paura (e non nel senso semplicistico di “avere coraggio” come comunemente utilizzato, ma in senso superiore), questo gli avrebbe permesso di mantenere la sua coscienza attiva e sfruttare la in tal senso la potenza generata. E come si comporterà la nostra coscienza al momento inevitabile del trapasso?
Noi siamo convinti di vivere in modo straordinario un tempo straordinario, ma anche nella sofferenza e nelle avversità storiche e contingenti siamo nani sulle spalle di giganti. Gli antichi ci hanno tramandato di epidemie e sintomatologie da far rabbrividire, in alcune parti del mondo la situazione che stiamo vivendo è all’ordine del giorno o quasi, il continente africano a buona ragione continua a considerarci fortunati: “beati voi che avete solo il coronavirus”, potrebbero dire. Sfogliavo Macrobio, I Saturnalia, mi imbatto in un passo dove per motivi di comparazione venivano elencati frammenti di Virgilio e di Lucrezio in merito ad una epidemia avvenuta nel Norico, ne riporto alcuni.
Virgilio:ivi un tempo per infezione dell’aria sorse un deplorevole clima e si accese di tutto il calore dell’autunno e mandò a morte ogni specie di bestiame e di fiere”; “allora gli occhi sono infiammati ed è tratto dal profondo il respiro, talora gravato da un gemito, e con lungo singulto tendono il basso ventre; dalle narici cola nero sangue e la lingua rugosa preme sulla gola ostruita”.
Lucrezio:un tempo questa forma di epidemia e calore mortifero nella terra di Cecrope funestò i campi e rese deserte le strade, vuotò la città di cittadini”; “dapprima avevano la testa ardente di calore e gli occhi entrambi arrossati con luccichio diffuso; anche la gola ristretta all’interno sudava di sangue e ostruita da ulcere la via della voce si chiudeva, e la lingua, interprete dell’anima, stillava sangue, debilitata dal male, pesante nei movimenti, rugosa al tatto”; “allora si manifestavano molti altri sintomi di morte: l’animo turbato, la mente in mestizia e timore, cipiglio triste, volto infuriato e violento, inoltre orecchie tormentate e piene di ronzii, respiro frequente o invece forte e lento, lucente umidità di sudore che bagna il collo, sputi scarsi, minuti, colorati di giallo e salati, una tosse che esce a stento dalla gola roca”; “non vi era mezzo sicuro per un rimedio comune: ciò che ad alcuni aveva reso possibile i soffi vitali dell’aria aspirare nella bocca e contemplare la volta celeste, per altri era esiziale e procurava la morte”.
Leggo questi passi, penso ad un mondo tecnologicamente non assistito come quello romano, e mi viene in mente Tito Livio: “Poiché non si vedeva la fine del morbo il senato ordinò che i decemviri consultassero i libri sibillini; per loro disposizione fu indetto un giorno di supplicazione e mentre Q. Marcio Filippo pronunciava la formula il popolo nel foro fece voto, se quell’epidemia di peste fosse stata allontanata dal territorio di Roma, di celebrare feste e supplicazioni per due giorni”. Si dirà che furono risposte irrazionali e superstiziose ad un male insormontabile per l’epoca; eppure con suppliche e “superstizioni” quella Civiltà durò oltre mille anni, la nostra quanto resisterà?