I CHING – IL MORSO CHE SPEZZA – esagramma n. 52

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L’I Ching è un antichissimo testo sapienziale cinese, composto di 64 esagramma, simboli costituiti di linee yang (intere) e yin (spezzate), capaci di raffigurare tutti gli stati e i mutamenti dell’universo. Chi ne apprende il linguaggio è in grado di accordare la propria vita all’armonia della Natura (il Tao), ottenendo così la vera Nobiltà dello Spirito.
Lo approfondiamo in questa rubrica curata da Alessandro Zanconato, autore del libro “Il morso che spezza” (ed. Passaggio al Bosco).

Chên ARRESTO
Tempo di radici; non si irrigidisca il proprio corpo, ma si attraversi il cortile; non vedere nessuno non è errato. Ritirarsi
RADICI
 L’esagramma è il raddoppio del trigramma Chên, L’Arresto, il Monte, tempo di fermarsi e di riflettere, di meditazioni profonde e pacate. Due montagne affiancate suggeriscono a Confucio l’idea dell’inflessibilità del Saggio, che non abbandona la propria posizione e riflette: “Quando arriva il momento di fermarsi, egli si ferma, quando arriva il momento di agire, egli agisce”. La consonanza con il Tao del momento è fondamentale nell’I Ching, e l’uomo nobile agisce sempre in accordo con tale Via, senza necessariamente “immobilizzare il proprio corpo” (ovvero senza inutili rigidità), ma nella salda fermezza di chi conosce e nutre le proprie radici interiori. Il tema delle radici, sviluppato nelle linee mutanti nel segno dell’immobilità, è di un’importanza cruciale nella nostra “epoca oscura”: nell’età della Grande Sostituzione etnico-culturale posta in essere ai danni della civiltà tradizionale europea e dei suoi ultimi esemplari. L’espressione “Grande Sostituzione” (Grand Remplacement) si deve al sociologo francese Renaud Camus, che l’ha sviluppata a attraverso lo sradicamento integrale di interi popoli – costretti ad un nomadismo perenne dal meccanismo della globalizzazione economica e culturale – la capacità di conservare le proprie radici, in particolare quelle spirituali, va considerata alla stregua di un dono divino.
La società della produzione e del consumo ci esorta ogni giorno a lasciarci trascinare da una frenetica e spossante iper-cinesi, un perenne movimento del tutto simile a quello dei criceti nella ruota che – pur non giungendo ad alcuna meta – continuano imperterriti a correre. Anche la sfera ricreativa è colonizzata da questo modello comportamentale: la mitologia del viaggio esotico, rilassante o elettrizzante a seconda dei gusti e delle propensioni individuali, propone l’evasione – anche al di fuori della tradizionale stagione delle vacanze estive – a torme di consumatori frustrati da un’esistenza priva di un autentico scopo spirituale e indotti a comprare biglietti aerei a basso costo per raggiungere mete nelle quali troveranno per lo più il medesimo orizzonte esistenziale, consumista e materialista, che avevano lasciato all’aeroporto.
Ciò che un tempo era consentito soltanto a pochi individui benestanti e privilegiati – l’evasione esotica – diventa oggi alla portata di tutti: il prezzo da pagare è la frenesia di viaggiare ad ogni costo, di raggiungere luoghi remoti unicamente per il gusto di “esserci” e di inviarne le fotografie (o i selfies) ad amici ed estranei, senza alcun vero interesse per l’approfondimento e la conoscenza delle culture tradizionali di quelle mete o, per meglio dire, delle loro attuali rovine, sporadici residui del passaggio dell’Attila turbo-capitalista. Le “invasioni barbariche” da tardo impero romano ritornano – non più in forma di tragedia, ma di grottesca farsa – in estate, in inverno e perfino in bassa stagione: ne sono protagonisti e vittime i padri e i figli viziati della società borghese postmoderna, nomadi senza radici e senza una meta degna di tal nome.
Se confrontiamo questo sconfortante panorama della decadenza con la folgorante provocazione di Lao-Tze nel Tao te Ching (“Senza uscire dalla porta, conoscere il mondo! / Senza guardare dalla finestra, vedere la Via del cielo! / Più lontano si va, meno si conosce. / Perciò il Santo conosce senza viaggiare; egli nomina le cose senza vederle; egli compie senza azione”), possiamo comprendere anche quale sia la visione del mondo dell’I Ching, fonte primigenia del taoismo di Lao Tze: inutile agitarsi e cercare avidamente all’esterno quella soddisfazione che può giungere solo dall’interno di noi stessi. A condizione, però, che tale dimensione interiore sia stata adeguatamente coltivata e curata. Nell’esagramma Chên, questa ricerca di solidità e di radicamento a livello spirituale sembra talora esprimersi, nelle linee mutanti, tramite immagini tratte dalla tradizione del T’ai Chi Ch’uan (ad esempio, nella quarta linea: “Egli immobilizza le articolazioni del bacino”, allusione probabile alla pratica di tale disciplina), ma al di là di queste allusioni specifiche, è un atteggiamento mentale e morale che si vuole proporre come modello di saggezza. Risultato di quest’atteggiamento austero e meditativo sarà senza dubbio fortuna (sesta riga): come una grande pietra non viene scalfita a causa della sua durezza, così è il cuore del Saggio che si ferma a riflettere e trova il tempo per la calma e la ponderatezza. Il “tempo del ritiro” (sentenza dell’esagramma) si compie pienamente, e in tal modo ogni momento della vita si accorda al ritmo placido ma costante del Tao.