QUESTA È SPARTA – 13

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«A Sparta le leggi contano più dei re».
(Le Virtù di Sparta, Plutarco – ed. Adelphi)
Demarato, re di Sparta deposto e rifugiato in esilio in Persia, risponde così alla domanda relativa alle cause del suo esilio.
La deposizione di Demerato dal trono di Sparta venne architettata da Cleomene I il quale, in contrasto con il re, corruppe la Pizia affinché pronunciasse un responso contrario a Demerato che si trovò così costretto all’esilio.
A Sparta non ci sono personalismi né sentimentalismi, il re è un’istituzione, non questa o quella persona, ed egli stesso è soggetto alle leggi che regolano la vita nella polis. Il primato dei principi generali che regolano la convivenza nella comunità vale anche per chi ne sta a capo.
Demerato, come ogni uomo di Tradizione, indirizza la sua azione senza identificarsi con essa, senza attaccamento, ma assumendo qualunque decisione essa richieda. Un’azione pura e purificante, non vincolata al successo o all’insuccesso, all’egoismo o all’altruismo, alla felicità o allo sconforto, ma libera perché guidata solo dal senso di giustizia.
Accettando un esilio ingiusto, Demerato dimostra di essere Re con distacco e in silenzio, senza immedesimarsi nel ruolo né credendosi superiore alla legge. A Sparta si è quanto si vale, e non virtù della posizione di comando ma in base alla propria forza e debolezza. La città lacedemone avrà il suo re indipendentemente dalla persona di Demerato.
A Sparta un re è disposto a rinunciare al proprio ruolo pur di sottostare alla legge della città; a contrario, nel mondo di oggi, i ruoli di vertice non sono nelle disponibilità di chi dimostra una certa attitudine ma rappresentano il montepremi di chi riesce ad accaparrarseli.
Nell’epoca degli “uomini fatti da soli” pare impensabile rinunciare ad una posizione di vantaggio per affermare un ideale di giustizia. Oggi infatti quello che conta è sul piano puramente materiale: l’importante è realizzarsi, saziare la propria sete di ambizione, diventare ricchi, famosi e potenti. Alla base di questa concezione contemporanea c’è l’illusione che tutti possano fare tutto, non importa la qualificazione personale né la propria natura, quello che conta è il risultato che si ottiene, ad ogni costo, senza regole (e senza leggi), gli uni contro gli altri.
Chi oggi ambisce ad essere parte del fronte della Tradizione deve riscoprire la propria vocazione, unica voce che permette ad ognuno di realizzarsi in accordo con la propria natura e con le proprie attitudini, svolgendo la propria funzione con una dedizione disinteressata, coltivando la virtù della modestia e della moderazione, cosciente dei propri limiti e assunto il pieno controllo di sé.