«Omero è il poeta degli Spartani ed Esiodo quello degli Iloti, perché il primo ha insegnato come si combatte, il secondo come si coltiva la terra». (Le Virtù di Sparta, Plutarco – ed. Adelphi)
Cleomene l, re di Sparta negli anni 520-491 a.C., appartenente alla tribù Agiade, risponde così a chi gli chiede come mai gli Spartani leggono Omero mentre gli Iloti preferiscono Esiodo.
A Sparta – come in ogni civiltà tradizionale – ad ognuno è riservato il proprio ruolo. Quello che conta è svolgere il proprio lavoro, compiere il proprio dovere, in modo impersonale e senza avidità di guadagno. Solo così, rispettando i giusti rapporti di superiorità e di inferiorità, c’è pari dignità tra l’Ilota che coltiva con onore la terra ed il Re di Sparta che governa la polis.
Agli Spartani è assolutamente proibito esercitare un’arte manuale, per questo gli Iloti lavorano la terra per conto loro, pagando un canone rigorosamente prestabilito. A Sparta non conta la ricchezzaed è condannata l’avidità e la bramosia di denaro. Solo agli Iloti, dai quali ci si aspetta un lavoro operoso, è concesso di ricercare il guadagno.
Nella città laconica vale il principio organico delle competenze che concilia gli interessi dei “padroni” (gli Spartani che possiedono le terre) con quelli dei “lavoratori” (gli Iloti che coltivano i campi a loro affittati) in un’ottica di armonia delle attitudini, di lealtà, gerarchia e solidarietà. Lavori diversi e ruoli complementari che mirano a un’azione comune, ad un fine superiore, rappresentato dall’interesse preminente dell’intera comunità, organicamente intesa.
Lo Stato tradizionale si presenta quindi come un’Unità Organica dove le varie parti che lo compongono rappresentano una diversa manifestazione del medesimo Principio Divino che sta alla base di tutta l’esistenza comunitaria e di ogni uomo. La distinzione tra le tre caste (sacerdoti, guerrieri, contadini/artigiani) non è sulla base di fattori economici ma ordinata secondo una gerarchia Sacra che pone al vertice la funzione religiosa. L’Autorità, cioè il potere di dirigere lo Stato, senza coercizione ma con la forza del prestigio e dell’esempio, è affidata a uomini qualificati (sul piano spirituale e non su quello limitatamente tecnico), riconosciuti e accettati: essi rappresentano un’élite.
Al contrario, nelle società moderne e democratiche vige il criterio “disorganico”, caratterizzato dall’approssimazione delle competenze e dall’improvvisazione dei ruoli. Cause del disordine contemporaneo, della precarietà dell’esistenza e dell’affermazione della legge del più forte, che vede prevaricarsi l’un l’altro ad ogni costo e con ogni mezzo. La soluzione a questo disordine non può essere il primato della tecnica sulla politica ma la riscoperta della funzione della politica di dare ordine e di indirizzare le migliori competenze tecniche. Una politica che rinunci all’autoreferenzialità per essere aperta alla comunità che è chiamata a guidare, valorizzandone le qualità migliori, senza esserne in conflitto ma coinvolgendole in un disegno più ampio in cui ogni elemento della società svolga un ruolo ben preciso e funzionale allo Stato nel suo complesso.
Fare oggi militanza significa anche assumere consapevolezza del proprio ruolo all’interno della Comunità militante e nella società. Seguire le proprie attitudini con sano realismo: un’arte (dal sanscrito “ordinare”, la cui radice ariana ar- significa “andare verso”) è una vocazione, non può essere imparata; un mestiere (dal latino ministerium “servizio, funzione”, da minister “servo, aiutante”, derivato di minor “meno, minore”) non è fatto di semplici competenze che possono essere acquisite frequentando un corso. Non ci sono espedienti o improvvisazioni: ognuno è diverso, secondo natura.
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